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Pratola Peligna Superiore

La stazione di Pratola Peligna Superiore, istituita nel 1921, è la fermata ferroviaria più vicina al capolinea di Sulmona. Posta in luogo più elevato rispetto al centro abitato, la specificazione vale a distinguerla dalla stazione della linea Roma-Pescara.

Le origini di Pratola affondano nella leggenda. Nel II secolo a.C, il comune aquilano, configurandosi come pagus, secondo alcune fonti antiquarie partecipò alla guerra contro l’espansione dell’Urbe nel 91 a.C.

Testimonianza del successivo dominio ostrogoto è il corredo di una ricca tomba, datata al VI secolo.

«In loco Pratulae» si legge in un documento datato 997 e conservato presso l’archivio dell’abbazia morronese, il Chronicon Vulturnensis: si tratta della prima attestazione del nome del borgo aquilano. Tuttavia, a quell’epoca non vi era ancora un centro abitato, più giusto è parlare di un piccolo agglomerato pre-urbano. Solo nel XII secolo comparve un vero e proprio centro fortificato: nel 1170 il castrum Pratulae passò sotto il dominio normanno e, nel secolo successivo, sotto quello degli Angioini. 

La storia del borgo aquilano è caratterizzata da fermento rivoluzionario: il popolo si ribellò sia al dominio francese, nel 1799, sia al governo borbonico di Ferdinando II nel 1848 e, in ultimo, al Regime fascista nel 1934. Durante il secondo conflitto mondiale, più precisamente nell’agosto del 1943, Pratola fu ripetutamente bombardata dagli Alleati. Proprio a seguito di tale resistenza, nel 2006 l’allora Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, conferì al borgo la medaglia di bronzo al merito civile. «Centro strategicamente importante, durante l’ultimo conflitto mondiale, fu sottoposto a continui e violenti bombardamenti, che provocarono numerose vittime civili e la distruzione del patrimonio industriale. La popolazione, costretta a rifugiarsi nella campagna circostante, contribuì alla guerra di liberazione con la costituzione dei primi nuclei partigiani, subendo una feroce rappresaglia da parte dell’esercito tedesco. 1943-1944».

Secondo la leggenda popolare, durante l’epidemia di peste di inizio Cinquecento un contadino ricevette un messaggio in sogno: la Vergine, rivelatasi all’uomo, lo rassicurò annunciandogli la fine dell’epidemia. Una volta sveglio, il contadino vide, tra le rovine della chiesa ove si era rifugiato, una tela raffigurante la Madonna ed esortò la Vergine a far placare il flagello. Una volta terminata l’epidemia, il dipinto divenne oggetto di culto. Inizialmente, l’icona venne collocata all’interno di una piccola cappella, tuttavia questa non riusciva a ospitare l’afflusso enorme di fedeli e si rese così necessaria la costruzione di un ulteriore santuario. L’edificio, eretto ex novo nella metà dell’Ottocento, prese il nome di Chiesa di Maria Santissima della Libera.

Il santuario è stato lesionato dal sisma del 6 aprile del 2009. Ancora chiuso durante le forti scosse del terremoto del 24 agosto e del 30 ottobre del 2016 e del 18 gennaio del 2017, è stato riaperto al pubblico nel 2019.

Progetto Realizzato grazie a: Associazione Culturale Giovanile Riattivati 

Con il contributo di: Fondo Ambiente Italiano e INTESA SANPAOLO

Grazie al Comitato Promotore: Amici di Rieti, Associazione Culturale Giovanile Riattivati,  Rotary Club Rieti e Associazione Collezionisti “Sabatino Fabi”

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